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Champollion e la decifrazione dei geroglifici

 

 

Jean-François Champollion nacque nel piccolo villaggio di Figeac, nel sud-est della Francia, il 23.12.1790. Si dice che all'età di cinque anni compì il primo lavoro di decifrazione, paragonando alla scrittura stampata ciò che aveva appreso a memoria, e così imparò a leggere da solo. Notizie e testimonianze ci informano che a Figeac Champollion fu un cattivo scolaro. Perciò il fratello, un filologo molto dotato e che si interessava anche di archeologia, lo prese con se a Grenoble nel 1801, per aver cura della sua educazione.

il ritratto di Champollion

Jean-François Champollion (1790-1832)
Ritratto di Léon Cogniet 1822 ca.
Museo del Louvre, Parigi

Fin da quando ebbe undici anni, Champollion mostrò un'eccezionale conoscenza del greco e del latino, e cominciò a dedicarsi con sorprendente risultati allo studio della lingua ebraica. Nello stesso anno ebbe occasione di incontrare Fourier, celebre fisico e matematico che aveva partecipato alla campagna d'Egitto ed era diventato segretario dell'Istituto Egizio del Cairo, commissario francese presso il governo egiziano, capo della giurisdizione e anima della commissione scientifica. Allora prefetto del Dipartimento dell'Isère, Fourier prese dimora a Grenoble. Durante un'ispezione scolastica entrò in discussione con Champollion, lo invitò a casa e gli fece vedere la sua collezione egiziana. Il piccolo Champollion guardò incantato i primi frammenti di papiri, e rimase affascinato dalle prime iscrizioni geroglifiche su lastre di pietra che però nessuno era in grado di leggere. Fu allora che disse con ferma convinzione: "Io le leggerò! Fra qualche anno, quando sarò grande, le leggerò!" (Egli stesso raccontò più tardi questo episodio).

A tredici anni comincia a studiare l'arabo, il siriaco, il caldeo e il copto. E avviene il fatto singolare, che tutto quanto gli capita di imparare e di studiare gravità intorno all'orizzonte egizio! Egli si interessa del cinese antico, ma solo per tentare di stabilire una parentela con l'antico egizio. Studia testi zendi, pahlavi e parsi, lingue e materiale remotissimi, che solo il nome di Fourier fa giungere a Grenoble. Champollion si impadronisce di tutto quanto gli si offre, e all'età di diciasette anni, nell'estate 1807, redige la prima carta storica dell'Egitto, la prima carta del regno dei Faraoni. Si può misurare le difficoltà di questa impresa se si tiene presente che non c'erano altre basi se non alcuni passi della Bibbia, testi latini, arabi ed ebraici, per lo più frammentari, e confronti con il copto.

Contemporaneamente, Champollion raccoglieva il materiale per un libro "L'Egitto sotto i Faraoni". Aveva deciso di andare a Parigi e l'Accademia di Grenoble desiderava un lavoro conclusivo. Il 1º settembre 1807 egli lesse la prefazione del suo libro davanti all'Accademia. Si esprime con tesi audaci e con una logica stringente. Il risultato è straordinario. Il diciassettenne è nominato all'unanimità membro dell'Accademia. Così, da un giorno all'altro, Champollion da scolaro divenne accademico. Poco tempo dopo egli partì per Parigi. Nel prendere commiato da Fourier, Champollion vide per la prima volta la misteriosa pietra trovata a Rosetta, e si sente ossessionato dalle iscrizioni di quella stele.

Durante la campagna di Napoleone nel 1799, uno sconosciuto soldato francese scopre al Forte di Rashid, a circa sette chilometri e mezzo a nord-ovest di Rosetta sul Nilo, una pietra di basalto nero, grande 1,14 x 0,72 m. Una delle due facce era levigata e mostrava tre iscrizioni, tre colonne in parte corrose dal tempo, di cui la prima, di 14 righe, era geroglifica, la seconda, di 22 righe, era lo stesso testo in versione demotica e la terza, di 54 righe era greca. Il greco era comprensibile e così fu facile stabilire, che si trattava di una dedica del collegio sacerdotale di Menfi che esaltava Tolomeo V Epifane, nell'anno 196 a.C., per benefizi ricevuti.

Dopo la capitolazione di Alessandria, la stele di Rosetta (ormai fu chiamata così) giunse con tutti gli altri pezzi del bottino francese al British Museum di Londra. Ma erano stati eseguiti copie e gessi, che vennero a Parigi, e gli studiosi si affrettarono a compiere esami e confronti. Già dalla disposizione delle colonne era evidente che si trattava dello stesso testo. Sarebbe stato ancora così difficile, dopo la traduzione del testo greco, identificare i segni geroglifici che corrispondevano a parole e nomi greci?

Gli ingegni più illustri del tempo si accinsero al tentativo. Non solo in Francia, ma anche in Inghilterra (davanti al originale), in Germania e in Italia. Invano, poiché tutti seguivano false tracce. Essi avevano a proposito dei geroglifici idee che risalivano in parte ad Erodoto, e le loro menti furono accecate da una pervicacia, che, nella storia spirituale dell'umanità, ha caratterizzato molte false ipotesi. Per penetrare nel segreto dei geroglifici occorreva una ispirazione, che avrebbe portato all'abbandono di tutte le vie battute fino allora dalla tradizione.

A Parigi Champollion si immerge nello studio del sanscrito, dell'arabo, del persiano e del copto. Un anno dopo egli parla e scrive così bene il copto ("parlo copto tra me e me...") da comporre per esercizio ogni sorta di private dissertazioni in caratteri copti. Finalmente si sente sufficientemente preparato ad affrontare la stele di Rosetta. Ma non comincia ancora con la vera e propria decifrazione e si limita a un paragone fra la stele e un papiro. Di colpo, tuttavia, gli riesce di trovare sulla lastra nera "i giusti valori indipendenti per un intero rigo di lettere". Al fratello scrive il 30 agosto 1808, all'età di diciotto anni, "ti sottopongo il mio primo passo!" E attraverso la modestia con cui illustra il suo metodo, trapela per la prima volta l'orgoglio dello scropritore. Si sente come stregato dai geroglifici e il successo gli sembra ormai accessibile. Ma egli ignora che ancora quattordici anni lo separano dal raggiungimento del suo scopo.

Un anno dopo Champollion era di nuovo a Grenoble. Il 10 luglio 1809 era stato nominato professore di storia all'Università. Così si trovò professore nella stessa scuola che aveva frequentato come allievo, e fra i suoi studenti c'erano dei giovani che soltanto due anni prima avevano seduto con lui nei banchi di scuola. Non ci si deve quindi meravigliare se egli incontrò delle ostilità, e se cadde in una rete di intrighi ordita specialmente da professori più anziani che si sentivano superati e messi da parte. Ma c'erano anche altri problemi. Egli proclamava l'aspirazione alla verità come lo scopo più alto della ricerca storica e alludeva alla Verità assoluta, non ad una verità bonapartista o borbonica. Esigeva perciò la libertà della scienza, e intendeva con ciò quella libertà assoluta a cui non si fissano limiti con permessi o proibizioni. Egli auspicava l'avvento delle idee che erano state affermate nei primi, fervidi giorni della grande rivoluzione e che di anno in anno erano state tradite sempre più. Le sue convinzioni politiche dovevano necessariamente venire in conflitto con i tempi che correvano.

Ma l'intensità dei suoi sentimenti per la libertà del popolo e della scienza non arrivò mai a soverchiare la sua passione per lo studio dell'Egitto. Come sempre, Champollion è estremamente versatile. Egli insegna, facendosi cattivo sangue con studenti mediocri. Prepara un dizionario copto e nello stesso tempo scrive opere drammatiche per i saloni di Grenoble, e tra queste una "Ifigenia". Compone canti di colore politico che dal suo tavolo scendono nelle strade, sulla bocca di tutti. Ma soprattutto Champollion si dedica a quello che costituisce il compito fondamentale della sua vita: egli si addentra sempre più nei segreti dell'Egitto.

Nel luglio 1821 Champollion deve lasciare Grenoble, dove, per motivi politici, fu congedato come professore. Lo scienziato comincia il lavoro della finale decifrazione dei geroglifici. Egli lavora instancabilmente e un anno dopo, il 17 settembre 1822 lesse all'Accademia di iscrizioni e belle lettere di Parigi (e pubblicò subito dopo) la sua famosa

Lettera a M. Dacier relativa all'alfabeto dei geroglifici fonetici,

documento base della lettura dei geroglifici e insieme fondamento della stessa egittologia.

I geroglifici erano passati sotto gli occhi di tutto il mondo; essi erano stati l'oggetto degli scritti di una lunga serie di autori antichi; il medioevo occidentale ne aveva tentate sempre nuove interpretazioni, e infine, dopo la spedizione di Napoleone, erano comparsi in numerose copie sulle scrivanie di tanti scienziati. Eppure nessuno era riuscito a decifrarli, non tanto per generale incapacità ed incompetenza, ma piuttosto perché tutti furono sviati dalla falsa guida di un singolo.

Erodoto, Strabone e Diodoro avevano compiuto viaggi in Egitto, e accennarono ai geroglifici come ad un'incomprensibile scrittura figurata. Ma solo Orapollo, nel secolo IV d. C., aveva lasciato una descrizione particolareggiata del loro significato. È naturale che in mancanza di qualsiasi altro punto di appoggio lo scritto di Orapollo venisse considerato il punto di partenza per ogni esame in proposito. Orapollo parlava dei geroglifici come di una scrittura figurata, e così, per vari secoli, ogni spiegazione cercò nelle figure un valore simbolico.

Quando Champollion ebbe decifrato i geroglifici, si poté riconoscere quanto ci fosse di vero in Orapollo e quale fosse stato lo sviluppo di quella scrittura dal chiaro simbolismo primitivo, dove una linea ondulata rappresentava l'acqua, una linea retta la casa, una bandiera la divinità. L'applicazione di questo simbolismo anche alle iscrizioni più tarde aveva sempre portato fuori strada.

E le strade sbagliate erano ricche di avventure. Il gesuita Athanasius Kircher, uomo ingegnoso (costruttore fra l'altro della lanterna magica), pubblicò dal 1650 al 1654 a Roma quattro volumi con le traduzioni dei geroglifici, di cui non una era giusta, neppure di lontano! Se non altro, però, egli aveva riconosciuto per primo il valore dello studio del copto, quale forma tardissima dell'antico egiziano, valore che era negato da dozzine di altri studiosi.

Cento anni dopo, De Guignes dichiarava all'Accademia parigina delle iscrizioni, in base a un confronto con i geroglifici, che i Cinesi erano coloni egizi. Almeno (e bisogna usare per ogni studioso questa pregiudiziale, poiché ciascuno di essi trovò almeno una traccia giusta), egli aveva letto bene il nome del re egizio "Menes". Un avversario gli cambiò subito la lettura in "Manouph", e Voltaire, il più velenoso glossatore del tempo, ne trasse spunto per il suo attacco contro gli etimologisti, "per cui le vocali non contano e le consonanti hanno poca importanza". (D'altra parte, alcuni studiosi inglesi del medesimo periodo, in opposizione all'ultima teoria citata, facevano provenire gli Egizi dalla Cina).

La scoperta della stele trilingue di Rosetta avrebbe dovuto porre fine a ipotesi così strampalate. Ma avvenne il contrario. La via delle soluzione sembrava così piana che anche dei profani osarono avventurarvisi, con risultati spesso grotteschi. Si volle scorgere in quegli anni nei geroglifici dottrine cabalistiche e astrologiche, passi della Bibbia e perfino di letteratura prediluviana. E l'abate Tandeau de St. Nicolas dimostrò in una sua brochure che i geroglifici non erano altro che un motivo decorativo!

Difficilmente si possono fissare cronologicamente le grandi scoperte dello spirito. Esse sono il risultato di innumerevoli passi, di allenamenti del pensiero che durano anni, su di un unico problema, punto di incrocio del noto con l'ignoto, dell'applicazione e della fantasia. E raramente la soluzione sopraggiunge con la rapidità di un fulmine. Non sappiamo cosa significasse per Champollion, sostituire poco per volta la sua opinione personale a quella di Orapollo, su cui giurava tutto il mondo dei dotti. E nel momento, in cui gli venne d'un tratto in mente che i geroglifici potessero essere "lettere" (o più esattamente "segni fonetici"; la sua prima formulazione suona "...senza essere strettamente alfabetici, tuttavia fonetici"), allora soltanto si compì quella svolta e quella diversione da Orapollo che doveva condurre alla decifrazione definitiva. Quando l'idea venne a Champollion per la prima volta, egli la respinse. Un giorno egli identificò il segno del serpente giacente con la "f", ma escluse l'ipotesi come inammissibile.

Quando molti altri, gli scandinavi Zoëga e Akerblad, il francese De Sacy e primo fra tutti l'inglese Thomas Young riconobbero che la parte demotica della stele di Rosetta era "scrittura a base di lettere", riuscì loro di offrire soluzioni parziali. Ma essi non progredirono nella ricerca; si arrestarono o ritrattarono quanto avevano detto, e De Sacy dichiarò la sua completa capitolazione di fronte ai geroglifici. Lo stesso Thomas Young, che aveva ottenuto notevoli risultati nella decifrazione della parte demotica, leggendola "foneticamente", si ritrattò nel 1818, quando nel decifrare il nome di Tolomeo scompose di nuovo arbitrariamente i segni in lettere e valori monosillabici e bisillabici.

E appunto qui si rivelò la differenza fra i due metodi e i due risultati. Young, cultore di scienze naturali, uomo indubbiamente geniale ma filologicamente impreparato, lavorava schematicamente valendosi di confronti e ingegnose interpolazioni, e riuscì a decifrare solo poche parole; più tardi Champollion doveva confermare le sue intuizioni riconoscendo giusta l'interpretazione di 76 dei 221 gruppi simbolici della sua lista. Champollion invece possedeva più di una dozzina di lingue antiche e più di chiunque altro era vicino alla lingua dell'antico Egitto per la sua conoscenza del copto. Egli non interpretò come lo Young singole parole o lettere, ma riconobbe il sistema. Non si limitò a interpretare la scrittura, ma la rese leggibile e insegnabile. E solo dopo aver individuato nelle sue linee principali questo sistema, Champollion poté applicare con esito veramente fecondo il procedimento che già da tempo si era affacciato come semplice congettura: quello cioè di cominciare la decifrazione dai nomi dei re.

E perché dai nomi dei re? L'iscrizione di Rosetta, come già si è detto, conteneva la menzione dei particolari onori che i sacerdoti avevano concessi al re Tolomeo Epifane. Il testo greco, immediatamente leggibile, aveva gettato piena luce sul suo significato. Ora, dove nell'iscrizione geroglifica si poteva supporre che fosse il nome del re, si trovava un gruppo di segni chiusi in un anello ovale, chiamato abitualmente cartouche, cartiglio. Non era difficile supporre che questo cartiglio fosse un segno particolare di preminenza e indicasse il nome del re. E così gli venne l'idea di ordinare le lettere del nome di Tolomeo sotto i corrispondenti geroglifici, in modo da identificare otto segni con otto lettere.

Tutte le grandi idee, considerate retrospettivamente, appaiono semplici. Con questa Champollion doveva rompere con la tradizione di Orapollo, che per quattordici secoli aveva contribuito a confondere le menti degli studiosi. E ben presto ottenne una brillante conferma. Nel 1815 era stato trovato il cosiddetto "obelisco di File", che nel 1821 fu portato in Inghilterra dall'archeologo Bankes. Anche qui c'era un'iscrizione geroglifica e una greca. Di nuovo il nome di Tolomeo appariva incorniciato in un cartiglio. Ma anche un altro gruppo di segni aveva la medesima caratteristica. E Champollion, dopo aver esaminato l'iscrizione greca ai piedi dell'obelisco, suppose dovesse trattarsi del nome di Cleopatra. Quando poi fece corrispondere i due gruppi di segni ai nomi supposti, e quando nel nome di Cleopatra il 2º, il 4º ed il 5º segno concordarono con il 4º, 3º e 1º del nome di Tolomeo (Ptolemaios), la chiave per l'interpretazione dei geroglifici era trovata.

Oggi noi sappiamo come sia straordinariamente complicato il sistema di scrittura geroglifica. Oggi lo studente impara come cosa ovvia ciò che per tanto tempo rimase inaccessibile e che Champollion conquistò a fatica partendo da questo primo passo. Oggi noi conosciamo tutte le trasformazioni della scrittura geroglifica; sappiamo come i segni più antichi si svilupparono nella grafia "ieratica" e come poi, attraverso successive riduzioni e snellimenti, si pervenne alla scrittura "demotica". Lo studioso del tempo di Champollion non era in grado di avvertire questa evoluzione.

Oggi non è più difficile distinguere "segni fonetici" da "segni di parole" e "segni determinativi", suddivisione che introduce un primo ordinamento nei diversi valori dei segni e delle figure. Oggi non si avverte più nessun disagio di fronte al fatto che un'iscrizione deve essere letta da destra a sinistra, un'altra da sinistra a destra e un'altra ancora dall'alto in basso: si sa infatti che questo era l'uso in differenti e ben determinati periodi. Rosellini in Italia, Leemans nei Paesi Bassi, de Rougé in Francia, Lepsius e Brugsch in Germania, compirono sempre nuovi progressi. Moltissimi papiri furono portati in Europa, e un numero sempre maggiore di iscrizioni di tombe, monumenti e templi fu letto correntemente.

Nel 1824 Champollion pubblicò a Parigi il suo
- Sommario del sistema geroglifico -
e nello stesso anno ottenne una missione per l'Italia, per visitare i musei e le collezioni private. Divenuto conservatore della sezione egiziana del Louvre nel 1826, finalmente nel 1828 potè recarsi in Egitto per rilevare le iscrizioni di quei monumenti. La spedizione di Champollion (dal luglio 1828 al dicembre 1829) fu un grande successo. Gli indigeni lo chiamarono "colui che sa leggere la scrittura delle pietre antiche".

La maggior parte delle sue opere fu edita postuma a cura del fratello maggiore. Le principali sono:
- Lettere scritte d'Egitto e di Nubia (1833)
- Monumenti dell'Egitto e della Nubia (1835-1845)
- Grammatica egiziana (1835-1841)
- Dizionario egiziano in scrittura geroglifica (1841-1843).

La morte di Champollion, avvenuta a Parigi il 4.3.1832 ad appena 41 anni, giunse prematura per la giovane scienza dell'egittologia ed egli non arrivò a vedere i suoi meriti riconosciuti pubblicamente e senza riserve. Subito dopo la sua morte appaiono scritti ingiuriosi di studiosi, specialmente inglesi e tedeschi che, completamente accecati, dichiarano che il suo sistema di decifrazione è un prodotto di pura fantasia, quando egli aveva già raggiunto risultati notoriamente esatti. Champollion fu gloriosamente riabilitato dal tedesco Richard Lepsius, che nell'anno 1866 trovò il cosiddetto "Decreto di Canopo", iscrizione bilingue che confermò inequivocabilmente la giustezza del suo metodo. Infine l'inglese Le Page-Renouf, in un discorso alla Società Reale di Londra, nel 1896 (sessantaquattro anni dopo la sua morte!), diede a Champollion il posto che gli spettava.

 

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