fiore di loto

I gioielli

 

 

Il lungo succedersi delle dinastie attraverso i secoli favorisce in Egitto il consolidarsi di forme espressive che in ogni campo dell'arte hanno aspetti sontuosi e spettacolari. Nell'ambito delle corti faraoniche, la figura deificata del sovrano veniva circondata da un cerimoniale fastoso che implicava profusione di oro, di gemme e di materiali preziosi.

Già in età thinita (3150-2699 a.C.) i bracciali e gli amuleti trovati nelle tombe presso Abydos e Nag el-Deyr ci danno un'idea del grado evoluto della lavorazione dell'oro e dei caratteri stilistici affermati. Nei bracciali si alternano ametiste, lapislazzuli e turchesi con componenti in metallo, realizzati con una tecnica molto curata e raffinata.

braccialetto con scarabeo
Braccialetto con scarabeo
(in oro, lapislazzuli, cornalina, turchese e quarzo)
Tombai Tutankhamon, XVIII dinastia

I faraoni, i loro familiari d'ambo i sessi, i sacerdoti e gli alti funzionari di corte, formavano, in quei tempi, il ristretto ambiente di diffusione del gioiello. Le tombe dei regnanti e dei dignitari, quelle poche che non sono state saccheggiate, assieme alle statue spesso policrome ed alla pittura murale, costituiscono utilissime fonti per la conoscenza delle forme e della tecnica degli ornamenti preziosi dell'antico Egitto.

Un raro ritrovamento dell'epoca dell'Antico Regno (2690-2181 a.C.) è quello della regina Hetepheres, sposa di Snofru e madre di Cheope, situata presso la piramide di Gizah. Nel sepolcro si è trovato tutto un arredamento, che secondo le credenze religiose doveva assicurare alla defunta nell'aldilà, una vita degna del suo alto lignaggio. Sicché i mobili, le strutture di una tenda, le casse che una volta contenevano le stoffe, sono decorati con largo impiego di oro, massiccio ed in lamine sbalzate, e con incastonature di pietre nobili. Fra i gioielli vi sono dei braccialetti d'argento nei quali erano incastonate farfalle composte da turchesi, lapislazzuli e corniole. In Egitto allora l'argento veniva importato ed aveva perciò un valore superiore a quello dell'oro.

Nel corso della XII dinastia con l'espansione del territorio in seguito alla conquista della valle del Nilo fino alla terza cateratta, gli Egiziani mettono mano ad altre fonti di materiale prezioso: le miniere d'oro della Nubia. L'incremento della ricchezza che ne derivò costituì anche un incremento per creazioni di oreficeria e gioielleria. Di quest'ultima attività nei primi decenni del II millennio a.C., ci sono pervenuti esemplari che autorizzano a classificare il livello dell'arte di questo periodo fra i più alti della civiltà egiziana.

L'espansione culturale che da questo periodo prese sempre maggiore sviluppo contribuì a stabilire rapporti fra l'Egitto ed il mondo cretese-miceneo. Rapporti che per un lungo periodo influirono notevolmente sulle forme della gioielleria faraonica. Ma pur avvalendosi di motivi ispirati all'oreficeria minoica, non si verificò mai nei prodotti egiziani un distacco dalle componenti cromatiche e compositive che ne costituivano il fondamentale carattere.

Dopo l'invasione degli Hyksos, i re stranieri di stirpe semitica, durante la cui permanenza in Egitto l'attività artistica ed il tenore di vita decadono, la XVIII dinastia che inizia il cosiddetto Nuovo Regno (1570-1069 a.C.) restituisce al paese un periodo fra i più fiorenti della sua storia. Il benessere ritorna e con esso gli ornamenti preziosi, molti dei quali seguiranno i loro proprietari nella tomba.

L'esempio più vistoso del corredo prezioso che si usava porre nel sepolcro di un faraone è data dal ritrovamento della tomba di Tutankhamon, avvenuto nel 1923 ad opera di Howard Carter. Dalla quantità e qualità del materiale può essere definita un piccolo museo di oreficeria ed artigianato artistico dell'epoca. Comunque è la documentazione più completa di tutte le tecniche dell'oreficeria e della gioielleria, dal taglio o sagomatura delle pietre semipreziose allo smalto su oro o su maiolica, dall'agèmina alla filigrana.

pettorale in oro
Pettorale in oro, cornalina e paste vitree,
raffigurante il simbolo della dea-avvoltoio Nekhbet
Tomba di Tutankhamon, XVIII dinastia

La maggior parte dei motivi che compongono i gioielli egiziani sono formati da figure, spesso composite, che personificano divinità, astri (più sovente il sole) o da forme che simboleggiano concetti astratti. Spesso queste personificazioni sono rappresentate da animali di cui il falco, l'avvoltoio e il cobra appaiano più sovente negli oggetti d'ornamento del re e della regina. La sagoma del cobra sporge generalmente al centro della base della mitra faraonica e l'avvoltoio, di oro e gemme incastonate, copre con le sue ampie ali la capigliatura della regina, anch'esso con la testa centrata sulla fronte.

Il disco del sole ed il simbolo della vita, l'ankh, formato da una T che al centro della barra orizzontale ha attaccato un cappio ovoidale, sono motivi che ricorrono ovunque, in collane, bracciali e pendenti. Altri soggetti erano il djed, la colonna con quattro barre, simbolo di stabilità, lo udjat, l'occhio di Horus, talismano contro ogni male, specialmente contro il malocchio, lo sparviero che rappresentava Horus stesso, l'ibis, o il babbuino, ambedue raffigurazioni di Thot, il dio della sapienza. Nella cromia era molto impiegata l'incastonatura del lapislazzuli, della turchese e della cornalina, ed insieme quella di ceramica smaltata, consistente in una mistura fusa di sabbia e calce, coperta da una vernice a fuoco alcalina, solitamente azzurra o verde.

Gli orecchini, in Egitto, cominciarono ad essere usati dopo la XII dinastia e furono genreralmente di forma semplice, cioè ad anello oppure a dischi concentrici. Le collane della forma più usata cingevano a semicerchio di fasce parallele compatte e policrome, dalla base del collo al petto, uomini e donne. Ve n'erano anche in minuti grani di varia forma e molte file, di cristallo di rocca, ametiste, feldspato verde, granati, onice, sardonica, ossidiana, oltre al più largo impiego di turchesi, cornalina e lapislazzuli. Quasi sempre i grani di gemme erano intercalati da grani di oro.

Molte di queste gemme venivano estratte entro il territorio egiziano o in quelli d'espansione. La turchese, in quel periodo, proveniva dalla penisola del Sinai e dall'Arabia, l'ametista, che è una varietà di quarzo di colore violaceo, dalle alte montagne a meridione dell'Arabia, mentre l'ossidiana, che è un vetro vulcanico dai vivi colori, veniva estratta in Etiopia.

Molto intensa è stata, nell'antico Egitto, la produzione delle paste vitree, composte da silicati, argilla e soda (natron). Se ne facevano grani per collane, oppure venivano impiegate per la policromia dei gioielli in oro: fuse andavano a riempire incastonature di varia forma. I colori generalmente imitavano il lapislazzuli e la turchese e quindi andavano dal blu scuro al blu-verde chiaro. Gli agenti coloranti erano rispettivamente il cobalto ed il rame. Le paste vitree venivano anche gettate in forme per ricavarne elementi di gioielli, come scarabei ed amuleti.

Con oro e con tutte le pietre più o meno nobili citate, si facevano gli scarabei sacri. Si trattava di una raffigurazione diffusissima che invase, in seguito, tutta l'area mediterranea. L'animaletto originale è lo scarabeo stercorario Scarabaeus sacer che per gli Egiziani era Kheper, divinità solare e simbolo di rinascità. Serviva da sigillo e da amuleto, se nella parte liscia portava una iscrizione o segni magici, da castone di anello o da elemento per qualsiasi altro ornamento.

In misura limitata appare in Egitto lo smeraldo che era già conosciuto ed impiegato ai tempi dei Sesostris, nel XVIII secolo a.C. Nella gioielleria egiziana apparsa dai ritrovamenti, tale pietra è piuttosto rara; qualcuna di piccole dimensioni è stata anche trovata sulle mummie. La sola fonte della preziosa gemma in quell'epoca era l'Alto Egitto. In epoca alessandrina le miniere furono sfruttate dai Greci ed in seguito dalla regina Cleopatra.

Al Nuovo Regno segue un lungo periodo di stasi che riduce, a causa di eventi poco favorevoli, ogni attività nel campo delle arti decorative. La situazione peggiora notevolmente durante le dominazioni etiopiche e persiane, ognuna delle quali porta il bagaglio dei propri repertori stilistici. La lavorazione dei metalli preziosi e dei gioielli continua fino alla XXVI dinastia ed oltre, specialmente nell'Alto Egitto. Ma ormai il definitivo declino della regalità divina, fonte d'ispirazione delle splendide opere del passato, spegne ogni impulso degno di nota. La dominazione dei Tolomei, in seguito, spegne del tutto l'impulso creativo dell'arte egiziana, introducendo i dettami e le forme dell'ellenismo che si diffonde rapidamente soprattutto nel Basso Egitto, dove Alessandria diventa centro di espansione.

 

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