fiore di loto

Introduzione all'arte egizia

 

 

Fin dai tempi più remoti gli Egiziani hanno dato prova di essere un popolo dotato di grandi qualità anche dal punto di vista artistico. Le loro opere sanno esprimere eloquentemente il senso dell'eternità che incuteva loro il grandioso spettacolo dell'ambiente naturale, la serenità e l'armonia delle loro concezioni religiose, la consapevolezza di vivere in un paese le cui sorti erano assicurate da istituzioni venerande e incrollabili. Tuttavia lo scopo immediato dell'artista non era di carattere estetico; egli si proponeva piuttosto di produrre opere materialmente imperiture, capaci di assicurare una vita eterna al destinatario. Doveva rispettare perciò scrupolosamente quanto era prescritto affinché le opere potessero divenire strumenti rituali ed essere animate di vita propria.

L'arte egizia è un'arte fatta dai vivi per i morti, per i re, per gli dei, e spesso questi tre termini si identificano: senza re morti e deificati l'arte egizia non esisterebbe in tutta la sua grandezza. Essa è dunque l'arte per eccellenza delle tombe e dei templi. Eppure, essa ha tutti gli elementi di un'arte fatta per la vita, poiché vita e morte, per gli Egiziani, erano vicinissime, e il morto viveva una sua vita di morto che somigliava moltissimo alla vita reale.

Quest'arte trascurava le dimore dei vivi, usando per esse il fragile mattone crudo, la decorazione e la suppellettile più corrente. Di tutto ciò infatti non ci è rimasto quasi nulla. Ma per le tombe, per le statue - che sono esclusivamente funerarie - per i templi (fra cui i templi funerari per le funzioni in onore del morto) curava l'impiego di materiali eterni, come il fine cui erano destinati.

L'arte egiziana che è durata circa quattro millenni, ha avuto due periodi di grande splendore: 1. Il periodo memfita dell'Antico Impero (III-VI dinastia), con le piramidi e la statuaria possentemente realistica; 2. Il periodo tebano del Nuovo Impero (XVIII-XX dinastia), con gli splendidi templi di Karnak, Luxor e Abido, riassunto di duemila anni di tradizione architettonica, e con la statuaria elegante della scuola tebana, vivificata dai nuovi contatti con l'Asia, e solo apparentemente interrotta dalla rivoluzione estetica compiuta da Amenhotep IV (Akhenaton) a Tell el-Amarna: rivoluzione che durò poco come polemica dell'antigrazioso, del "brutto ma vero", ma durò di più negli effetti, cioè per la vitalità che trasfuse allo stile tebano. Tutti gli altri periodi si rifanno a questi due, dall'accademismo del Medio Impero al filoarcaismo dell'epoca saitica, all'eleganza greco-ellenistica dei Tolomei.

Questa storia dello stile implica anche una storia del materiale impiegato, in parte legata alla fisionomia dell'Egitto. Dal Sinai e dalla Nubia giungono il rame per gli utensili e l'oro e le pietre preziose per i gioielli, per i rivestimenti di sarcofagi o di mobili e per certi particolari dei volti delle statue. Dalla sabbia e dal fango nilotico si plasmano i mattoni crudi impiegati per le tombe più antiche, le mastabe. Dalle cave di Mokattan vengono le pietre per le piramidi ed i templi del terzo millennio. Il granito rosa di Assuan e il grès (pietra arenaria) dell'Alto Egitto diventano di rigore per templi, colonne e statue, sotto i principi tebani, mentre l'ebano africano serve per i mobili destinati al defunto, assieme ai legni locali, sicomoro, acacia e palma. Questa varietà di materiali ovviamente incoraggia la ricchezza dello stile.

 

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