fiore di loto
- La Medicina -

 

 

L'antico Egitto possedeva indubbiamente una scienza medica di alto livello. Delle conoscenze degli Egizi abbiamo un'impressionante testimonianza nelle mummie dei faraoni e dei notabili delle più antiche dinastie, perfettamente conservate dopo anche 4000 anni. Per poter giungere a questi risultati era necessaria un'approfondita conoscenza dell'anatomia e di quei processi che oggi fanno parte della biochimica e che soli consentono di effettuare un'imbalsamazione.

bassorilievo che raffigura strumenti medici

Bassorilievo raffigurante un armadio con strumenti medici
(da un tempio a Kom Ombo, periodo greco-romano)

La medicina degli antichi Egizi era una medicina empirica (gr. empeirikós, da empeiría, esperienza) che curava cioè le malattie basandosi solo sui dati forniti dall'esperienza, senza rigore scientifico: La ricerca empirica di farmaci portò alla scoperta del valore terapeutico di certe piante, della pericolosità di altre, dell'azione benefica del calore, dell'acqua, ecc. dando così l'avvio alla medicina empirica, che sopravvive tuttora nei popoli primitivi. Questa, pur venendo esercitata non di rado dai medici maghi tendenti a esoterizzare al massimo le nozioni mediche, rese possibile l'acquisizione di pratiche importantissime. Il patrimonio magico-religioso e quello empirico si fusero quindi nella pratica medica e condizionarono a lungo la medicina, sino a che dalla continua osservazione dei malati, dei loro sintomi e delle modalità terapeutiche dei vari rimedi, emerse l'esigenza di una sistemazione delle nozioni e delle attività mediche. Così nacquero i primi libri di medicina.

Oggi siamo a conoscenza di diversi papiri di contenuto medico. Due in particolare, i papiri Ebers e Smith, ci hanno fornito notizie importanti. Il cosiddetto "Papiro Edwin Smith", un documento di 4,68 x 0,35 m, fu tradotto dall'egittologo americano J.H. Breasted che lo pubblicò nel 1930. Gli egittologi sono del parere che il testo fu redatto fra il 3000 e il 2600 a.C., anche se il papiro stesso risale al 1600 a.C. Si tratta dell'inizio di un libro intitolato "Le ferite", che si potrebbe chiamare: "Il più antico libro di chirurgia del mondo". Si occupa infatti di 48 casi di chirurgia. Insieme con descrizioni di riti religiosi e magici, vi si trovano notizie molto precise sull'incisione degli ascessi, sul trattamento di fratture ossee, contusioni e lussazioni e riguardo alla cura delle ustioni. Si parla anche dell'impiego di varie piante medicinali. Inoltre viene formulata una concezione unitaria dell'uomo incentrata sulla presenza del cuore in ogni parte del corpo. Questo probabilmente significava che gli Egizi attribuivano un'importanza fondamentale ai polsi arteriosi periferici, che appunto come il cuore pulsano.

Il "Papiro Ebers", prese il nome dall'Egittologo tedesco Georg Ebers, che l'aveva scoperto nel 1873 a Tebe, curandone poi la prima edizione. Questo papiro, che misura 20 x 0,30 m, fu scritto probabilmente intorno al 1800 a.C. ed è giunto a noi in ottimo stato, cioè completo e intatto. Un po' meno della metà del testo viene dedicato alle malattie interne e alle loro cure. Si parla di analisi, diagnosi, terapie e probabilità di guarigione. Era una specie di guida per il medico generico con 877 ricette, di cui 95 rimedi per curare le malattie degli occhi, 40 per malattie della pelle e circa 50 per trattare le conseguenze delle ustioni.

Le varie medicine prescritte dai medici egizi venivano preparati sia con materie prime vegetali che animali. Diversamente dalle abitudini moderne, non si usava pesare i componenti, ma misurarli in volumi. La più piccola unità era un "ro" che corrisponde a circa 14 millilitri.

 


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