fiore di loto

Le opere letterarie

 

 

Tre sono i generi letterari che gli Egiziani hanno prediletto. Prima di tutto la letteratura didattica o sapienziale: massime, insegnamenti, consigli, precetti morali. I due più antichi testi di questo genere, che risalgono all'Antico Regno e sono conservati nel papiro Prisse, sono gli Insegnamenti per Kaghemni e le Massime di Ptahhotep, che suggeriscono la condotta da tenere con i superiori e le regole del galateo. Più recenti (Medio Regno) sono le Istruzioni di Khety, figlio di Duauf, una satira sociale che denigra tutti i mestieri tranne quello dello scriba. A volte “saggi” come Petosiri dal profondo della tomba offrivano ai viventi i frutti della loro esperienza (IV sec. a.C.).

Un secondo genere letterario ha sempre appassionato gli Egiziani: i racconti. Non si tratta sempre di narrazioni fantastiche; alcuni, modificandoli più o meno, raccontano fatti realmente accaduti: nella Storia di Sinuhe, il protagonista, contemporaneo di Amenemhat I, è costretto a vivere esule in Siria, nelle Disavventure di Unamun il racconto non è molto diverso dal rapporto che questo personaggio redasse al ritorno da una missione nel Libano, sotto la 21ª dinastia. Racconti come La lite fra Apopi e Seqenenra o La presa di Giaffa non sono che semplici aneddoti. Altri ancora, come le Avventure di Horus e Seth, mettono in scena divinità che non sempre si comportano in maniera edificante; altri espongono in modo pittoresco un problema morale, come Verità e Menzogna: la lotta del bene e del male termina col trionfo del bene. La prima parte del celebre racconto dei Due fratelli narra la storia di un adulterio, ma nella seconda il meraviglioso predomina, come nei Racconti del papiro Westcar e nel Principe predestinato. Il capolavoro di questa serie è però Il naufrago, composizione di una grande semplicità nella quale si raccontano le avventure di un egiziano che, andando per mare alle miniere del Sinai, fa naufragio ed è gettato dalle onde su un'isola incantata il cui signore è un serpente.

Alcune delle opere citate, come l'ode del Disperato, sono veri e propri poemi, nei quali sono applicati i procedimenti tecnici della poesia comuni agli Egiziani e agli Ebrei. Tuttavia i temi preferiti dagli autori di composizioni poetiche sono la divinità, il sovrano, l'amore. I più belli tra gli inni religiosi sono quelli che Amenhotep IV compose in onore del “dio unico”, Aton; ma anche le divinità tradizionali, Osiride, Amon-Ra, Hapi (l'Inondazione) ebbero in ogni tempo la loro parte di lodi. Al faraone erano diretti numerosi elogi, purtroppo non esenti da convenzionalismi: i più caratteristici si trovano nelle strofe del papiro di Kahun dedicate a Sesostris III e nell'inno ad Amenemhat III, che il suo fedele Sehetepibra assimila a numerose divinità.

Infine, la poesia amorosa è rappresentata da Canti d'amore, raccolti durante il Nuovo Regno (papiro Harris 500), di cui sono qualità principali la freschezza, l'ingenuità, la grazia. L'amante e l'amata esprimono il loro ardore, le loro gioie e le loro ansie in monologhi pieni di speranza o di angoscia. La natura si fa complice della loro schermaglia amorosa: i giardini, gli alberi, il prato, il fiume ne formano il piacevole ornamento: tutto contribuisce a rendere vivaci questi poemetti, dei quali però sarebbe eccessivo paragonare il tono alle espressioni possenti e appassionate del "Cantico dei Cantici".

 

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