fiore di loto

La pittura

 

 

La pittura pura ha lasciato pochi esempi nell'Antico Impero: in quest'epoca, essa è usata in genere per ricoprire il bassorilievo. Ma alcune mastabe ci hanno conservato anche saggi di decorazione direttamente dipinta sulla parete, a secco, esempi che hanno il loro capolavoro nelle celebri oche della mastaba di Meîdum, ora al Museo del Cairo.

La tecnica della pittura, già nota dagli esempi predinastici di Hieracompolis, è piuttosto complessa, anche se serve ad uno stile di assoluta semplicità. Oltre ai colori naturali - polvere di calcare per il bianco, di lapislazzuli per l'azzurro oltremare - gli Egizi ebbero abbastanza presto anche colori artificiali, come un azzurro ottenuto ossidando il rame con nitrum e arena, e li mischiarono con ingredienti vari, dall'uovo, miele, latte, olio, alle resine e persino alla cera, resa solubile con nitrum.

Le multiple qualità solventi e indurenti del nitrum, e la sua identificazione con un materiale naturale, il natron, raccolto nei giacimenti di Uadi Natron presso Fayûm, furono riscoperte nel 1956, grazie agli studi della pittrice e ricercatrice Elena Schiavi sull'encausto e sulla materia pittorica dell'antichità che vanno rivoluzionando le nozioni finora acquisite in questo campo. La Schiavi ha potuto accertare che un unico procedimento era alla base di tutta la pittura antica, da quella egiziana e orientale a quella greca e romana: esso si valeva della capacità del nitrum di sublimare le materie, qualora sottoposto ad una speciale cottura assieme ad esse. Si poneva il nitrum in vasi d'argilla sigillati, assieme a varie materie minerali, vegetali, animali, comprese le cere, si cuocevano i vasi in forno e si ottenevano dagli elementi in essi racchiusi delle ceneri impalpabili, che sciolte nell'acqua sviluppavano particolari qualità indurenti o solventi, utili alla pittura ma anche ad altre tecniche, come la lavorazione dei metalli, la verniciatura del legno, la ceramica e così via.

Questa scoperta spiega tra l'altro la presenza di cera, finora constatata ma non tecnicamente spiegata, in varie pitture parietali del Nuovo Impero. L'elemento cera, resa perfettamente solubile nell'acqua mediante il procedimento suddetto, conferiva maggior fluidità alla pittura. Ma a quell'epoca essa non era ancora sfruttata per trasformare la tempera in encausto, il che avvenne solo in epoca greca, riscaldando la superficie pittorica, e ottenendo cosi che la cera tornasse al suo stato grasso e donasse alla pittura stessa intensità di toni e compattezza indistruttibile di materia. La Schiavi osserva tuttavia che in Egitto la presenza di cera produsse talora alcuni "encausti spontanei", ad esempio in certi punti di parete dipinta esposti al riscaldo dei raggi solari.

E' nel Medio Impero che la pittura pura, ossia non a complemento del bassorelievo, ma usata direttamente, comincia a diffondersi come mezzo normale di decorazione, specialmente nelle camere degli ipogei. Un esempio è questa antichissima pittura dalla tomba di Atoè a Gebelein, raffigurante il trasporto del grano:

trasporto del grano

Pittura dalla tomba di Atoè a Gebelein, X dinastia
Torino, Museo Egizio

L'arte del Medio Impero è già alla ricerca del movimento: lo stile di Gebelein, non lontano da quello delle pitture di Beni Hasan, è compendioso e ancora un po' rigido, ma carico di finezze naturalistiche.

Le famose pitture di Beni Hasan (Medio Egitto) testimoniano un arricchirsi dei soggetti - scene di sport o militari, episodi della vita di corte - con gusto più schiettamente narrativo e stile alquanto corrente, ma più impegnato in ricerche di movimento, mentre i motivi animalistici sono trattati in profondità, con esecuzione accuratissima. Inizia l'uso di ornare con pitture i sarcofagi in legno, riproducendovi gli oggetti necessari al defunto.

Le pitture condotte su ostraka, ossia su frammenti calcarei, hanno in genere il carattere di esercitazioni, per lo più di allievi che si preparavano cosi ad eseguire le grandi pitture funerarie. Ma l'immagine seguente non può essere che l'opera di un maestro, il quale, nel proporre ai discepoli il gustoso modello d'una danzatrice, colta mentre esegue la difficile figura del "ponte", ha saputo fondere e mettere a frutto le più secolari esperienze della pittura egiziana e le innovazioni più recenti della scuola rivoluzionaria di Tel el-Amarna.

danzatrice

Pittura su Ostrakon, fine XVIII dinastia
Torino, Museo Egizio

Quel tanto d'impressionistico cui poteva far indulgere il soggetto è decisamente ricreato sul piano dello stile: se la posa è realistica, i particolari risultano antiveristici. Gli enormi orecchini ad anello non penzolano, ma aderiscono alle guance, in posizione contraria a quella dell'attrazione terrestre; i capelli segnano una morbida onda fin quasi a toccare i calcagna della danzatrice; le braccia e le gambe non sono puntellate nello sforzo, bensì dolcemente condotte a completare una figura geometrica ideale.

 

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