fiore di loto

Tradurre poesia

 

 

Tradurre poesia vuol dire trasportare la parola poetica da una lingua nell'altra; ossia trasformarla e darle una differente forma fisica, senza però alterarne la forma spirituale: s'intende quel valore essenziale di poesia che l'ha originariamente determinata. Un lavoro che presuppone la soluzione di un problema difficilissimo, anzi, sostanzialmente insolubile.

Che il problema del tradurre poesia in poesia non possa trovare una soluzione integrale, lo vide, e lo disse chiaramente, fin dai suoi tempi lontani, il più grande poeta che sia mai stato, Dante Alighieri. Ecco alcune righe del suo Convivio, 1° libro, capitolo 7: "Sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra trasmutare, senza rompere tutta sua dolcezza e armonia." (La locuzione "per legame musaico armonizzata" è un verso, un endecasillabo involontario; dunque una cosa armonizzata per legame musaico...) "E questa è la cagione - prosegue Dante - per che Omero non si mutò di greco in latino..." (Infatti, una traduzione dei poemi di Omero non esisteva al tempo di Dante).

Oggi, dopo Croce, non c'è chi non pensi e non sappia che tradurre poesia in poesia non si può. E tuttavia il genere "traduzione poetica" fiorisce come non mai. Ci hanno provato dotti filologi, poeti provetti, e perfino filosofi; come, appunto, Benedetto Croce. Il quale, dopo aver dimostrato che ogni e qualunque traduzione è, a rigore, impossibile, si lasciò tentare da Goethe, e ci diede delle traduzioni di liriche goethiane, delle quali bisogna dire che sono, manifestamente, antiliriche, cioè impoetiche. Come si spiega che un uomo sistematico e coerente quale egli fu sul terreno teoretico, e tanto poco poeta, si sia così contraddetto sul terreno pratico? La spiegazione ce l' ha dato lui stesso, affermando che la traduzione poetica è un atto d'amore, e, come tale, non ha nessun debito verso la logica; è, almeno in parte, un fatto irrazionale.

Questa è la sola spiegazione, se non giustificazione, da accettare nei riguardi di lui, Croce, e da proporre nei riguardi di chiunque si metta a quel cimento. Tradurre non si può, ma intanto, per impulso d'amore, ossia per desiderio di possedere intimamente un'opera di poesia che amiamo, si traduce, si tenta di tradurre.

Dunque: trasportare dalla lingua nativa in altra lingua l'incanto particolare di una poesia, di una strofa, di un verso, oggi, con la nuova coscienza estetica, appare impresa nettamente impossibile, dato che quell'incanto lo sappiamo affidato al movimento ritmico, al gioco degli accenti più o meno forti, alle pause di varia durata tra parola e parola, all'impasto degli fonemi, all'incidenza di una dieresi, alla suggestione musicale di una rima, al trascorrere di un verso nell'altro per mezzo di un enjambement, e via dicendo: tutte condizioni che, mutando la lingua, non possono non mutare e perciò cadere

C'è chi pensa di risolvere il problema per la via dell'umiltà, adottando la traduzione in prosa. Ma non sarebbe difficile dimostrare che, in tal caso, umiliato non sarà tanto il traduttore quanto l'autore. E' vero che qui bisogna fare una distinzione: la poesia epica, o comunque narrativa, può sopravvivere, in qualche modo e misura, anche alla propria dimissione in prosa (in una prosa, s'intende, un po' sostenuta e cantante); ma la lirica, più o meno pura che sia, come potrebbe salvarsi, rinunciando proprio a quelli che sono gli elementi costitutivi del canto? La conclusione: un poeta, un lirico, non può essere tradotto in prosa.

Bisogna allora tradurre in versi, costi quel che costi, vuoi al poeta vuoi al traduttore. Spesso la poesia moderna si mostra insofferente d'ogni legge metrica, si attua nel così detto verso libero. Ma non c'è da ingannarsi: se poesia è, le sue condizioni, i suoi valori saranno sempre quelli detti più su; e il verso stesso, libero quanto si voglia, sarà pur sempre un verso.

Dunque tradurre in versi. Una traduzione in versi potrà riprodurre almeno l'andamento ritmico del testo originale, nella varia misura dei versi e, dove occorre, nella disposizione strofica delle rime. Sarà già qualche cosa; ma il traduttore non avrà fatto nulla se non potrà in pari tempo assumere il tono intimo della lirica e rendere un'eco di quella musica profonda.

Qui, com'è evidente, non tanto si tratta di abilità tecnica, requisito indispensabile e quasi sottinteso di ogni buon traduttore, quanto di sensibilità poetica: di una sensibilità che si accordi con quella del poeta primo, o per naturale simpatia o anche per attrazione del diverso. E' chiaro, ad ogni modo, che il virtuosismo non dovrà apparire (tanto meno la fatica e lo stento). L'esercizio del tradurre poesia è, alla fine, un esercizio di poesia; che la buona traduzione ha da essere, come dicono i Tedeschi, una Nachdichtung : una ri-poesia o trans-poesia.

L'esempio dei Tedeschi, favoriti dalla loro stessa lingua, ricchissima di parole composte o componibili, e incline per natura alle inversioni sintattiche, appare, meglio di ogni altro, probante: si può dire infatti che non c'è grande o notevole poeta tedesco il quale non sia stato anche un grande o notevole traduttore di poeti stranieri. Più arduo, certamente, il compito del traduttore italiano, che ha da piegare ai suoi fini, e senza che lo sforzo si avverta, una lingua elaborata e definitivamente fissata nella sua morfologia e nelle sue articolazioni sintattiche da sette secoli d'ininterrotto travaglio letterario; sette secoli, per non tener conto della tradizione latina, sempre presente e attiva, si veda o non si veda, nel nostro scrivere e particolarmente nel nostro poetare.

 

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